Mohammed Bakri, «Una sentenza contro la democrazia»
Giovanna Branca, 15.01.2021, “Il Manifesto”
Intervista . Il regista e attore commenta la messa al bando del suo film «Jenin, Jenin» e la condanna per diffamazione decisa da una corte israeliana
Martedì scorso la corte distrettuale di Lod, in Israele, ha condannato Mohammed Bakri per diffamazione per il suo documentario del 2002 Jenin, Jenin – sull’attacco dell’esercito israeliano al campo profughi palestinese – che è stato così bandito da Israele: la corte ne ha vietato la proiezione e ha ordinato il sequestro di tutte le copie. Abbiamo raggiunto l’attore e regista al telefono per commentare l’accaduto.
Cosa pensa
della sentenza?
Trovo che sia antidemocratica, antiumana, dimostra che andiamo sempre più verso
il fascismo e l’apartheid. Io credo che il film sia invece profondamene umano:
racconta la storia di persone che sono state attaccate in maniera brutale
dall’esercito israeliano. Come sempre sono gli innocenti a pagarne il prezzo. E
nel film parlano di ciò che hanno provato durante l’invasione del 2002. Sono
stato perseguitato dalla politica israeliana sin da allora: da quasi vent’anni
sono obbligato a passare il mio tempo di processo in processo, di problema in
problema – invece di poterlo impiegare per fare dei film, dell’arte, lo passo
in compagnia degli avvocati. Hanno provato a distruggermi economicamente (Bakri
è stato anche condannato al risarcire il tenente colonnello Nissim Magnagi con
175mila shekel, ndr) e politicamente, mi hanno creato una nomea
terribile, una vera e propria demonizzazione, e sopravvivere è diventato molto
difficile. Non è giusto.
La giudice
la ha accusata di «non aver deliberatamente condotto alcun controllo, anche
minimo o preliminare, delle accuse e dei fatti contenuti nelle interviste».
L’implicazione è inquietante: si nega implicitamente ciò che le persone
intervistate in «Jenin, Jenin» raccontano di aver sofferto.
In questo modo negano l’altrui sofferenza, non accettano le storie diverse
dalla loro, credono di avere il monopolio della verità e della sofferenza. Ma
non esiste il monopolio sulla verità, né sul dolore: tutte le parti coinvolte
stanno soffrendo. Il sangue ha sempre il medesimo colore: non ho mai viso un
sangue verde o blu, è tutto rosso, e siamo tutti esseri umani. Abbiamo madri,
nonni, vicini di casa. Anche noi abbiamo famiglie, relazioni, storie, la nostra
lingua, cultura, musica, cibo, tradizioni. E negando le storie altrui si cancella
tutto questo.
La causa
per diffamazione le è stata intentata dal colonnello Nassim Magnagi che nel
film è a malapena visibile. La sentenza è quindi puramente un pretesto per
metterla a tacere?
Si, per mettere a tacere me e non solo: è un monito rivolto a chiunque osi
affrontare il problema dei palestinesi, il loro diritto negato alla libertà e
alla dignità.
Come può
uno stato che si definisce democratico decidere di bandire un’opera d’arte?
Infatti quello che penso è che non sia realmente democratico, altrimenti non
metterebbe al bando un film, e io non dovrei affrontare tutte queste
persecuzioni.
Recentemente
l’associazione per i diritti umani B’tselem ha definito Israele un «regime di
apartheid». Cosa ne pensa?
È così nei territori occupati, in Cisgiordania, è in quello che stanno facendo
i coloni contro le persone, bruciando gli alberi d’olivo, o usando il loro
potere e l’esercito di Israele per sconvolgere la vita dei palestinesi – ma
anche ciò che è accaduto a me ne è una prova. Il fatto che vogliano dare fuoco
a tutte le copie di Jenin, Jenin dimostra proprio questo: è
come essere tornati al Medioevo quando i libri e le persone venivano messi al
rogo.
Anche nel
modo di affrontare la pandemia di Covid Israele ha fatto differenze: detengono
il record nelle vaccinazioni ma i palestinesi nei territori sono stati
«dimenticati».
Hanno scelto di usare il loro potere e il loro rapporto privilegiato con tanti
altri paesi per mettere Israele al primo posto, lasciando fuori tutti gli
altri.
Si
appellerà contro la sentenza?
Certo. Farò di nuovo ricorso alla Corte Suprema (che nel 2006 aveva assolto
Bakri stabilendo però che il film costituiva una diffamazione, ma che questo
non aveva importanza perché i soldati che lo avevano denunciato non apparivano
in Jenin, Jenin, ndr). Vedremo cosa accadrà.